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Le due Atlantidi...

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Gli Atzechi fanno risalire l'inizio della civiltà atlantidea al 20.238 a.C.

Questo dato coincide con quanto scrive Platone, il quale dice che, quando l'Atlantide fu distrutta all'incirca nel 9500 a.C., aveva leggi valide già da ben 8000 anni: il che significa che sin dal 17.500 a.C. questo mitico continente - che, seguendo le più moderne teorie, anche noi tendiamo a identificare con l'Antartide, che in quell'epoca era una terra calda e fertile poiché si trovava circa 2600 chilometri più a nord rispetto alla sua posizione attuale era civile: se a questa data aggiungiamo infatti un paio di millenni necessari per I' evoluzione, ecco che il numero di anni fornito dagli Atzechi viene confermato dai sacerdoti egiziani che parlarono con i filosofi greci: circa 20míla, e la civiltà di Atlantide/Antartide sorse perciò effettivamente intorno al 20.238 a.C. e poi proseguì andando sempre più sviluppandosi.

La realtà dell'estrema antichità di questa civiltà è confermata pure dal fatto incontestabile che in Sud America una delle principali aree rituali della città di Tiahuanaco, nota come Kalasasaya (un osservatorio astronomico), è allineata con i solstizi d'inverno e d'estate del 15mila a.C.: quindi in quell'epoca gli AtlantidiAntartici erano già così evoluti da essersi diffusi per il globo sino a creare vere e propri colonie.

Esiste pure una mappa del 1737, redatta dal francese Philippe Suache e copiata certamente da antichissimi papiri conservati in Egitto, che raffigura le due isole dell'Antartide senza ghiacci: come dovevano cioè essere tra il 15mila e il 12mila a.C. E' l'ulteriore conferma che dunque già in quell'epoca remotissima esisteva davvero una civiltà così ben evoIuta (ovvero le genti di Atlantide/Antartide) da saper viaggiare bene per mare e intendersi molto di cartografia.

Questa civiltà di Atlantide continua poi a svilupparsi e a diffondersi, raggiungendo tutti i punti del globo e stabilendo probabilmente anche un importante avamposto in Egitto, a Sais, dove viene creata una sorta di "accademia segreta" e dove è pure eretta la Sfinge (il che avviene all'incirca verso il 12mila a.C.).

Poi però si verifica un'immane catastrofe, quel "diluvio universale" di cui parlano i miti di tutti i popoli del mondo, dagli ameri

cani ai cinesi, dai greci agli egiziani. Quella catastrofe potrebbe avere una spiegazione precisa: secondo gli scienziati di oggi è infatti proprio nel 10.400 a.C. all'incirca che si verificò l'ultima inversione accertata dei Poli magnetici terrestri.

Questo cataclismatico evento potrebbe avere provocato, tra l'altro, eruzioni apocalittiche, terremoti immani e un'immensa ondata di marea, alta oltre mille metri, che ha viaggiato per tutta la Terra sommergendo continenti interi (appunto, il mitico diluvio universale), prima di ritirarsi e spegnersi lasciando dietro di sé solo poche rovine.

Secondo il Codex Chimalpopoca, scritto in lingua NahuatI, sarebbero appunto avvenuti nel 10.500 a.C. immensi sconvolgimenti del globo: quattro titanici disastri consecutivi provocati dal temporaneo spostamento dell'asse terrestre.

E' sempre in questo periodo, secondo gli odierni scienziati, che il vasto "ponte di terra" che unisce l'America del Nord all'Asia viene sommerso per sempre dal mare, mentre il clima di varie regioni del globo (tra cui l'Egitto, la Cina, Creta e la terra dei Sumeri) cambia da tropicale in temperato.

Ed è questa - più o meno anche la data fornita da Platone per la fine di Atlantide.

A causa dei titanici sconquassi provocati dallo spostamento dei Poli (un fatto che oggi gli scienziati danno per certo, lo ripetiamo), verso il 10.500 a.C. la civiltà, le meravigliose città e le colonie dell'Atlantide-Antartide sarebbero dunque state tutte spazzate via, forse davvero nel breve volgere di un giorno e di una notte, da colossali sismi e ondate di tsunami.

Al termine di tutti questi immani sconvolgimenti i pochi abitanti di Atlantide ancora vivi sono costretti ad abbandonare per sempre la loro terra natia: il sisma   planetario ha causato infatti tra l'altro anche la dislocazione di varie parti della superficie terrestre, e l'Antartide in particolare è scivolata più a sud di quasi 2600 chilometri, finendo per ritrovarsi quasi esattamente al centro del Polo Sud: inizia di conseguenza a ghiacciarsi, e i superstiti che ancora la abitano sono costretti ad abbandonarla in fretta, spargendosi per il globo.

Alcuni di loro precipitano presto nella barbarie, altri invece cercano disperatamente di preservare e trasmettere ai posteri le conquiste della loro civiltà. E' questo il tempo in cui giungono in Egitto i Neter, cioè gli dèi: ovvero, gli ultimi atlantidi evoluti, che agli egizi di allora - barbari e cannibali gruppi di nomadi - apparvero davvero come entità superiori e quasi divine.

E' sempre questa l'epoca in cui pure alle popolazioni primitive del Centro America si presentano i vari grandi civilizzatori, i Viracocha, i Quetzalcoatl, i Votan, i Kukulkan, i Kontiki, presto mitizzati in dèi dalle genti locali.

A riprova di questo vediamo che è proprio intorno al  9mila a.C. che le popolazioni primitive in più parti del mondo iniziano a praticare l'agricoltura: sono infatti i superstiti della catastrofe di Atlantide che stanno spargendo il seme della loro conoscenza.

In Egitto, alcuni di questi "grandi antichi" creano a Eliopoli il santuario di tutte le loro conoscenze superiori, affinché sotto forma di culto segreto siano preservate attraverso i secoli.

Sempre da loro viene preparato il "piano" che dovrà culminare con l'erezione della Grande Piramide di Giza, allineata con le stelle di Orione nell'anno 10.500 a.C., affinché testimoni per sempre la grandezza della civiltà di Atlantide e la tragica data in cui tutto quello splendore fu annientato.

Guidati dai sacerdoti con sacrati alla preservazione dei segreti di Atlantide , i primitivi egizi si evolvono poi lentamente finché, verso il 2500 a.C., sono in grado di portare finalmente alla fine quel grande progetto atlantideo: la Grande Piramide, prodigio di scienza e matematica, viene completata. 

E così, grazie a questo titanico monumento, Atlantide non cadrà mai nell'oblìo.

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MU: L'ENIGMA DELLE SCRITTURE

L'alfabeto dell'isola di Pasqua, una serie di linee ricurve e di figure parziali incise su tavolette di legno, è la dimostrazione evidente di come si perda una lingua scritta quando una cultura si spegne. A causa dello spopolamento e delle conquiste, gli attuali abitanti dell'isola, discendenti di coloro che hanno inventato quell'alfabeto, non sanno leggerlo. Queste tavolette non hanno ancora trovato un traduttore, e chissà se si riuscirà mai a risolverne il mistero, a meno che non se ne trovi la chiave, o per un caso fortuito si scopra un testo con una traduzione accanto. Questi scritti dell'isola di Pasqua, tuttavia,
assomigliano in modo straordinario a quelli della Valle dell'Indo in uso nelle grandi città di Mohenjo Daro e Harappa, più di cinquemila anni fa, nella terra che oggi chiamiamo Pakistan. Anche senza entrare in uno studio comparativo profondo delle due scritture, si vede al primo sguardo che esse hanno una base comune. Poi ché né la scrittura dell'isola di Pasqua, né quella della
Valle dell'indo sono state decifrate, perdura il mistero non soltanto sul loro significato, ma sul perché di questa loro evidente somiglianza. Il mistero è in realtà ancor più profondo se si accetta la Teoria di Heyerdahl secondo il quale l'isola di Pasqua si
sarebbe staccata dal continente americano per il flusso della corrente dei Pacifico; in questo caso potremmo pensare che il collegamento tra le due culture sia passato dall'America, altrimenti dovremmo ritenere che la scrittura indiana provenisse da un'antica civiltà, capace di affrontare il pieno oceano per miglia e miglia con la sua flotta, per andare a fondare una colonia su un'isoletta dei Pacifico che fa parte piuttosto dei Nord America  che dell'Asia. E va ancora aggiunto che le rovine che si vedono ancora oggi sull'isola di Pasqua sono molto simili a quelle lasciate dalle culture costiere dei Perù. Si è presa a lungo in considerazione anche una terza possibilità, e cioè che l'isola di Pasqua sia quanto rimane di un continente perduto dei Pacifico, sebbene le indagini sul fondo dell'oceano non abbiano fornito alcuna prova in tal senso.
In ogni caso, che la scrittura dell'isola di Pasqua venga dall'est o dall'ovest, la sua somiglianza con gli antichi scritti della penisola indiana costituisce un notevole legame di lingua scritta tra il Vecchio e il Nuovo Mondo che attraversa il Pacifico, e ci indica l'esistenza di un linguaggio per ora illeggibile e incomprensibile.

Da: Charles Berlitz, Il mistero di Atlantide,
Sperling Paperback, Milano 1991

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L'Atlantide del Pacifico

Quando si parla di Atlantide e la si colloca nell'Antartide (in posizione però ben più a nord di quanto sia oggi), non si può non considerare anche un'obiezione molto seria a questa teoria: non abbiamo prove certe che la grande civiltà fiorita nei tempi preistorici sia originaria proprio di quel continente.

Le misteriose "rnappe" di cui tanto si parla - e che sono davvero inquietanti per ciò che sottintendono - non hanno infatti mai il loro centro nell'Antartide: quella, famosissima, di Piri Reis, per esempio, lo ha vicino al Cairo, in Egitto.

Che cosa vuole dire questo? Ma è semplice: chiunque tracci una mappa, di solito lo fa sempre ponendo come centro il punto in cui ha il suo porto di base. E pertanto il fatto che non si siano ritrovate (almeno finora) mappe antiche che abbiano il loro centro nell'Antartide potrebbe forse voler dire che non era quello il porto di partenza dei misteriosi circumnavigatori del mondo di diecimila e più anni fa.

Ma allora da dove venivano? Quale poteva essere la loro misteriosa terra di origine, l'Atlan, la Dilmun, la Valim Chivim di tante leggende.

Esiste un'altra teoria, forse apparentemente molto più fantastiea, ma che ha alcuni elementi validi a sostegno.

Tutti i miti e le statue antiche indicano infatti che i misteriosi "dèi" degli egiziani o degli atzechi erano di razza bianca, con prevalenza di capelli biondi, barbe folte e occhi chiari.

I nativi dell'Egitto ovviamente non erano così, e tanto meno lo erano gli indigeni del CentroAmerica.

Anche l'architettura di questi "dèi" bianchi era singolare: costruivano templi colossali, usando enormi blocchi megalitici di proporzioni tali che neppure oggi noi sapremmo edificarne di simili: si pensi alla città di Machu Pichu sulle Ande o alla Grande Piramide in Egitto, o alla titanica Terrazza di Baalbeck in Libano, tanto per fare qualche esempio concreto e ben noto.

Abbiamo dunque attribuito due caratteristiche ben precise a questi misteriosi "dèi": erano di pelle bianca ed erigevano colossali costruzioni megalitiche.

In più, secondo tante leggende, venivano dall'ovest ed erano i superstiti di una grande terra annientata nel solo volgere di una notte dalla furia della Natura.

Ma se per gli Egizi l'ovest è l'Oceano Atlantico, per gli Atzechi e i Maya l'ovest è... l'Oceano Pacifico!

E siccome sia per gli Egizi che per i Maya e gli Atzechi questi dèi venivano da occidente... forse è proprio l'Oceano Pacifico l'area dalla quale costoro giunsero dopo il diluvio.

Ma che cosa c'è nel Pacifico, all'infuori di poche isole sparse in una sterminata distesa d'acqua?

Nulla, come sanno tutti. Però...

Ci sono dei "però" molto inquietanti e sino a oggi privi di spiegazione... e questi "però" hanno la singolare caratteristica di collimare con quanto sappiamo sugli ignoti creatori della civiltà.

Gli indigeni che abitano parecchie delle più remote isole del Pacifico, per esempio sono infatti tutti di razza bianca... e questo è un mistero che gli antropologi non sono ancora riusciti a spiegare.

Come sono finiti lì? E quando ciò è avvenuto?

Ma c'è dell'altro: in molte di queste remote isole dei Pacifico, sparse in un'area coperta solo da acqua per varie migliaia di chilometri, sono stati scoperti templi, mura e altre costruzioni antichissime realizzate con lo stesso stile megalitico e colossale carattetistico dei più enigmatici resti rinvenuti in Egitto o nel Centro-America.

Lo stile è lo stesso, la tecnica di costruzione appare identica. Non solo, ma molti di questi reperti colossali dei Pacifico costituiscono unen igma assoluto: sono fatti con materiali che non esistono nelle isole dove sono stati edificati.

Ma allora come hanno potuto dei barbari e selvaggi isolani trasportarli fin lì, spesso da altre isole distanti centinaia se non migliaia di chilometri?

Inoltre, su diverse di quelle isole sono state individuate grandi strade... vie che spesso proseguono - perdendosi chissà dove

anche oltre la riva del mare.

Dove si dirigono? E perché sono state create?

C'era forse dell'altra terra, dove invece oggi c'è solo acqua?

Tutto questo non ha senso, e infatti attualmente la scienza alza le braccia e dice semplicemente: E' un mistero.

C'è però chi - già da molto tempo, a dire il vero - ha indicato una risposta a questo enigma, una soluzione che, pur apparentemente fantastica, fornisce però una spiegazione molto semplice: fino a circa dodicimila anni fa sarebbe esistito nel centro dell'oceano Pacifico un grande continente, del quale le isolette odieme sarebbero gli ultimi frammenti rimasti dopo un apocalittico cataclisma che in poche ore l'ha fatto inabissare, cancellando per sempre la sua civiltà, la sua gente e il suo sapere.

Questa sarebbe la mitica Atlantide, nota anche con il nome altrettanto leggendario di Mu.

Da lì, i pochi superstiti, tutti di razza bianca, si sarebbero sparsi per il mondo cercando di ricreare la civiltà: alcuni raggiunsero l'India, altri il Centro-America, altri ancora l'Egitto.

Ecco perché la mitica Atlan/DilmunNalim Chivim/Mu era a ovest tanto di Giza che di Teohautican: si trovava al centro dell'Oceano Pacifico.

Altrimenti come si spiegherebbero le popolazioni bianche di quelle isolette sperdute, o i loro templi immani e le strade che arrivano dritto fino alla riva del mare?

Luigi Cozzi

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(Fonte : i Misteri n. 25 - Ediz. Cioe')

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