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Le macchine volanti degli antichi abitanti dell' India

di Corrado Malanga

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La nostra storia comincia nel lontano 1918 e precisamente il giorno 1 del mese di agosto. In quella data infatti un filosofo e venerabile Pandit Subbaraya Sastry, cominciò a dettare in sanscrito quelle che erano le sue conoscenze, tramandate per via orale, di storia indiana.

Bisogna precisare che più di diecimila anni di storia indiana sono così frammentariamente giunti ai giorni nostri, proprio attraverso quei «saggi uomini libro» che parlavano in sanscrito (la lingua degli dei) e non in hindi (la lingua del popolo).

Molti di questi testi giacciono ancora non tradotti in inglese e, per questo motivo, inaccessibili alla cultura occidentale, mentre molti altri testi non sono mai stati scritti e forse non lo saranno mai.
Il manoscritto che oggi ci interessa giunse alla conoscenza del mondo occidentale solo nel 1959 ed il suo contenuto apparve subito sconvolgente. Se ne occupò anche l'Accademia Sanscritista di Bangalore in alcuni lavori scientifici pubblicati in India (Scientific Opinion, Maggio 1974 pag. 5) ed a tutt'oggi manca un vero approccio scientifico del testo.

Ma cosa c'è scritto di tanto inatteso in questo libro?
La traduzione del testo sanscrito nel significato del suo titolo vuol dire alla lettera «Pratiche Aeronautiche» od «Astronautiche» e siccome le informazioni che il libro racconta dovrebbero risalire a circa cinquemila anni fa ci si deve chiedere cosa conoscessero gli antichi indiani di cose extraterrestri ben tremila anni prima della nascita di Cristo !

La datazione delle idee espresse nel manoscritto è chiaramente improponibile visto che più che di un manoscritto si tratterebbe di tradizioni e conosenze oralmente tramandate.
Sembra anche che Pandit Subbaraya Sastry avesse anche delle facoltà «paranormali» che lo avessero in qualche modo aiutato a «ricordare» il contenuto del manoscritto. Tuttavia il testo ha come elemento principale, la descrizione del vymaana ovvero una macchina volante di cui si accenna ampiamente nel poema epico e storico indiano Ramayana che può essere propriamente datato (Il Ramayana, Ed. Fratelli Melita, 1988).

Nel testo si descrive come sono costruiti i vymaana, come si devono pilotare, come si nutrono i piloti delle macchine volanti, quanti e quali tipi di vymaana ci sono, senza parlare della minuziosa descrizione di motori, radar, televisori, schermi difensivi ed armi micidiali e... chi più ne ha più ne metta.
Il tentativo di stabilire se quest'opera fosse nata dalla mente malata di un pazzo e quindi non credibile oppure veramente tramandata dalla antica cultura indiana è di fondamentale importanza per sapere correttamente valutarne il significato.

Sembra ormai accertato tra l'altro che i tedeschi, durante l'ultima guerra mondiale, avessero fatto delle ricerche in tal senso, tentando di ricostruire, sulla base dei disegni effettuati delle macchine volanti contenuti nel testo, qualche balorda arma da guerra. Certo è innegabile dire che siccome il testo originale è del 1918, bisogna ammettere che l'autore o meglio il «tramandatore» di questi concetti quali macchine volanti rotonde, raggi distruttori, leghe superleggere, televisori, motori a reazione, non doveva neanche aver sentito parlare di queste cose. Rimane pur tuttavia il dubbio... e se si trattasse di un colossale inganno? O di una mistificazione?

Un testo scientifico

Bisogna dire a ragion del vero che i pochi indiani che si sono interessati del problema erano poveri, sono poveri e, almeno per quanto riguarda il vymaana, non faranno mai quattrini. Da un punto di vista tecnico bisognava vedere se in quest'opera era presente qualcosa di assolutamente scientifico, assolutamente corretto, che qualsiasi Pandit indiano non avesse mai potuto leggere altrove: qualcosa insomma che dimostrasse che ciò che era stato scritto non era stato correttamente compreso ma doveva essere tecnicamente esatto, soprattutto alla luce delle nostre conoscenze.

La scoperta di ciò avrebbe dato al testo la caratteristica di genuinità e di schiettezza e ne avrebbe sostenuto la sua origine.
Una rara copia del testo, ormai praticamente inesistente, cadde sulla nostra scrivania, al Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell'Università di Pisa, alcuni mesi or sono, recuperata dal dottor Roberto Pinotti a Bangalore in India durante una missione di studio.
Una prima lettura del manoscritto ci portava all'immediata conclusione che il Vymaanika-Shaastra non è un libro ma un manuale di istruzioni che non si abbandona mai all'aulico linguaggio del Ramayana ma parla di bulloni, manopole, radiazioni così come farebbe il manuale di istruzioni della Consolle di un Calcolatore Elettronico. In più risultò molto utile, nella comprensione del testo, il continuo accenno che l'autore fa ad altre fonti dell'epoca che descrivono, con altre parole gli stessi aspetti dei manufatti riportati, permettendoci di ricavarne degli utili confronti. La settima e l'ottava parte del libro parlano dei metalli e delle leghe metalliche che servono per costruire il vymaana e su questo particolare aspetto abbiamo posto la nostra attenzione.

Ma prima di provare ad interpretare il testo vediamone i passi salienti tradotti in italiano per sommi capi. «Shounaka dice che ci sono tre tipi di metalli detti Somaka, Soundaalika e Mourthwika che, opportunamente miscelati, danno origine a sedici tipi di leghe che assorbono molto bene il calore. Manibhadra dice che i metalli che sono luminosi sono adatti per produrre aeroplani e questi metalli sono sedici.
Saambara dice ancora che sedici metalli formati da leghe di metalli del gruppo Soma, Soundaala e Mourthwika non sono conduttori di calore e sono utili per costruire vymaana».
Il testo così continua: «Nel settimo strato (livello?) della terra, nella terza miniera (nella terza collocazione o nel terzo sottogruppo?) si trovano i metalli della serie Soma. Essi sono di trentotto tipi. Nel Lohatantra o Scienza dei Metalli viene detto anche che nella terza sezione del settimo livello della terra i metalli Soma possiedono cinque speciali qualità e sono detti beejalohas o metalli base».
Successivamente il testo si esprime come segue:

«Nel settimo livello i metalli sono di ventisette specie. Il terzo tipo di metalli sono detti metalli base ed hanno cinque qualità».

Fermiamoci un attimo e vediamo cosa possiamo dire fino a questo punto; si tratta infatti di trovare una chiave di lettura, semmai questa esista, sulla base della quale interpretare questi dati. Da un attento esame delle scritture sembrerebbe che a prima vista ci fossero delle discrepanze tra i vari autori citati. Quanti sono i metalli principali? Trentotto o ventisette? E cosa vuol dire sette livelli?
Fu proprio questa storia dei sette livelli a metterci su una affascinante strada interpretativa ed a fornirci forse la giusta chiave di lettura.

Chiave di lettura

Bisogna sapere che tutti gli elementi che costituiscono l'universo, dall'idrogeno all'uranio e così via, sono eguali dappertutto. Sulla Luna o su Alfa del Centauro, l'atomo di ferro è uguale a quello terrestre, così come tremila anni prima di Cristo o cento milioni di anni fa c'erano gli stessi cento e più elementi che conosciamo oggi ed aggiungo anche che è abbastanza improbabile che ce ne sia sfuggito qualcuno ! Bisogna infatti sottolineare che un atomo, anche molto grosso, non può tenere attorno a sé più di un certo numero di elettroni poiché questi tendono ovviamente ad occupare posizioni sempre più lontane dal nucleo dell'atomo in questione che, peraltro, non riesce più ad esercitare la sua forza di attrazione su queste particelle più esterne che non possono quindi essere trattenute.
Ciò vuol dire che atomi con più di centoundici-centododici elettroni circa, non possono «stare insieme». Qualsiasi persona volesse elencare questi elementi in qualche modo lo potrebbe fare basandosi su un sacco di caratteristiche, il colore, il punto di fusione, l'odore, o che so il nome per ordine alfabetico, ma ciò che noi sappiamo oggi sulla struttura dell'atomo ci ha indotto ad usare la classificazione di Mendelejev, in cui i metalli sono divisi a seconda del numero di elettroni che hanno nell'ultimo livello energetico, quello esterno e più distante dal nucleo.

Chiunque conosca le regole con cui gli elettroni si distribuiscono attorno ad un nucleo sceglierebbe più o meno lo stesso tipo di classificazione dettata da Mendelejev, anche un indiano di cinquemila anni fa. È infatti utile, sapere, per poter interpretare il Vymaanika-Shaastra, che ci sono proprio sette livelli energetici distinti che possono essere occupati dagli elettroni (Sienko-Plain, Chimica Principi e Proprietà, Ed. Piccin).

Che gli indiani conoscessero i sette livelli energetici degli elettroni è più che evidente ed appare altresì probabile che conoscessero le regole con cui gli elettroni si dispongono nello spazio attorno al nucleo.
Infatti noi conosciamo otto modi possibili di sistemare gli elettroni attorno al nucleo di un atomo e per questo abbiamo diviso la tabella di Mendelejev in otto gruppi. Ma ascoltiamo ancora cosa dice il Vymaanika-Shaastra:

«La gravità del centro della terra, la gravità della terra globale, il flusso solare, la forza dell'aria, la forza emanante dai' pianeti e dalle stelle, le forze gravitazionali del Sole e della Luna e le forze gravitazionali dell'Universo producono i livelli della terra nelle proporzioni 3, 8, 11, 5, 2, 6, 4, 9 e ... causano l'origine dei metalli... ».

Abbiamo riflettuto a lungo sul significato di queste parole e sul significato di questi numeri e sulla base di quanto già messo in evidenza sembra di poter tradurre il discorso come segue...

«Tutte le forze e le interazioni dell'Universo, espresse da leggi fisiche ben precise, hanno formato i diversi metalli che si dividono in ... guarda caso ... otto tipi fondamentali descritti da otto numeri. Ciascun numero sembra descrivere la . configurazione elettronica del primo elemento di ciascun gruppo, il 3 è il litio, l' 8 è l'ossigeno, il 5 è il boro, il 2 è l'elio, il 6 è il carbonio, il 4 è il berillio, il 9 è il fluoro mentre l'l1 è il sodio ma al suo posto ci dovrebbe essere l'azoto (N = Nitrogeno)».
Quest'ultima è l'unica discrepanza che abbiamo trovato nella nostra chiave di lettura. Forse il numero 11 è stato mal ricordato e quindi mal riportato nel libro? In fondo dopo cinquemila anni ci si può anche permet tere un errore.

Sta di fatto che l'interpretazione chimica della tabella degli elementi degli in diani di cinquemila anni fa ha più che un solo legame con quella che noi oggi conosciamo ed usiamo e se la chiave di lettura da noi qui proposta è giusta si giunge all'agghiacciante conclusione che cinquemila anni fa, qualcuno conosceva molto bene la struttura dell'atomo e cioè le leggi che regolano l'Universo.

(Fonte : Il Giornale dei Misteri n. 214)

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